Storie di poltrone da dentista

Coinvolgere il paziente nell’azione che il suo dentista sta effettuando, distoglierlo con una tranquilla conversazione facendolo parlare di sé, è un ottimo deterrente contro chi soffre di odontofobia. È anche un’attitudine che premia a livello di efficacia dei trattamenti odontoiatrici.
Conoscere i propri pazienti

Maur Bisognerebbe sempre imparare a conoscere i propri pazienti, non soltanto a livello clinico, ma anche a un livello più profondo, senza per forza entrare nella sfera personale. Scoprire un’individualità, dimostrarsi interessati sullo stato d’animo del momento. Semplicemente essere “gentilmente empatici”.
Comprenderne paure, ansie, senso di disagio e saper intervenire per sostenere e aiutare il paziente a superare la paura del dolore, è compito di ogni bravo medico. Ecco perché ci si deve dimostrare ‘interessati’ a una visione olistica, nel senso etimologico del termine, ovvero complessiva, totale del paziente stesso.
“La variante umana: molto spesso ci si dimentica di questa parte integrante di ogni essere umano. Si snocciolano super prestazioni, ci si riempie la bocca di termini medico-scientifici per lo più sconosciuti che il più delle volte il paziente non conosce e si tace passivamente per non fare brutta figura”, dice il dottor Giacomo Lorello.
Si mette in campo quell’arroganza da camice bianco, dietro cui spesso i medici si nascondono per essere sbrigativi, chiuderla lì, senza tante storie.
Premesso che tutti i pazienti hanno bisogno di un importante ‘qualcos’altro’ per superare lo scoglio “dolore fisico”, creare una sinergia tra paziente e medico, far percepire frequenze positive, è quasi un obbligo del medico professionista.

Bhadrakh Infatti, la ‘storia’ che ci racconta il dottor Lorello, ‘consumata’ nella poltrona del suo studio dentistico, si badi bene, non di psicoterapia… spiega proprio l’importanza di questo atteggiamento.
“È appena uscito dallo studio… il signor Ics ha proprio una paura terribile del dentista! Sono ormai più di quindici anni che varca la soglia di questo ambulatorio, eppure ogni volta ha bisogno di essere tranquillizzato. Non è uno dei pazienti più storici, ma è ormai un fedelissimo. Ics ha circa 45 anni e mi racconta spesso della sua attività professionale. È un bravo chef che gestisce un ristorante rinomato. Ha imparato a conoscermi a sua volta e sa che amo la buona cucina. Parliamo di sport in generale, di motociclette e condividiamo una passione comune, il mare e le barche a motore.
Non tralasciamo di discutere di pesca, perché il suo è un ristorante con menu a base di pesce. Sfioriamo anche discorsi un po’ più ‘nobili’, soffermandoci sui temi filosofici legati alla bellezza del paesaggio e alle emozioni che il nostro mare Adriatico sa regalarci.
È un piacere per me conversare con i pazienti, perché imparo un sacco di cose. A proposito del signor Ics e del mare… è stato proprio lui a farmi notare che il mare Adriatico, pur essendo la ventesima parte del mar Mediterraneo, produce un quinto della fauna marittima che finisce sulle nostre tavole. La fauna si è concentrata proprio nell’Adriatico, perché trova un ambiente favorevole e tranquillo per la riproduzione.
Il signor Ics probabilmente non ha superato l’ansia e la paura del dentista, perché è stato un po’ sfortunato: ha avuto bisogno di molti trattamenti, alcuni dei quali molto invasivi”.

Perché proprio la storia del signor Ics, dottor Lorello?

Aylesbury “Perché tra tutti i miei pazienti è quello che ha avuto più coraggio. Ha sempre saputo superare il dolore e la paura a differenza di altri che invece partono da uno stato di apparente tranquillità, per cui sembrano capaci di sostenere una seduta di trattamento dentistico e poi ti bloccano durante il lavoro, perché non “ce la fanno più” a sopportare il dolore che molto spesso, con le nuove tecnologie di cui disponiamo, è più fastidio o incapacità di superare la paura di sentir male.
Oggi il paziente Ics si è ambientato ed è diventato per lo studio uno “di casa”. Ce ne ha fatte passare tante però! I primi tempi sfogava la sua ansia con il personale che gli si presentava dinnanzi. Non guardava in faccia nessuno, manifestava il suo terrore con atteggiamenti poco cortesi e molto arroganti.
Poi tutto è cambiato mettendo in pratica alcuni accorgimenti che amo definire di “medicina empatica”. Se si riescono a superare i due primi step del paziente, capendo le sue paure, entrando in empatia con lui, si riesce a lavorare meglio. Sono un convinto assertore che la capacità empatica vince sulla tecnica e sulle tecnologie avanzate messe a disposizione per esercitare la nostra professione. E poi una regola: mai criticare i lavori degli altri colleghi o i problemi creati dal dentista ‘precedente’. Vedo i problemi e li risolvo, senza rimarcare eventuali errori o lavori fatti malamente al paziente.
Non si deve per forza essere sempre à la page, bensì essere a misura delle fragilità dell’essere umani”.