Dante e i denti | Studio Dentistico Lorello

Dante e i denti

Settecento anni dopo la “Divina Commedia” fra le rime del poema le novità affiorano e possono stupire!
 
Dante Alighieri che rapporto aveva con i denti? E con i dentisti? Nella Divina Commedia scopriamo che i riferimenti legati ai denti, sono numerosi. Utilizzati per descrivere soprattutto le orrende situazioni in cui si trovano alcune anime dannate, troviamo i denti citati per ben 21 volte nella Divina Commedia, 14 nell'Inferno, 3 nel Purgatorio, 4 nel Paradiso. Non compare mai la figura del dentista, il che fa riflettere…
“Penso che l'odontoiatria come tutta la medicina, sia una scienza umana e all'apice di un dente vi è appeso un uomo”. Dalla riflessione del dottor Giancarlo Pescarmona, odontoiatra di fama internazionale, nasce questa ricerca trasversale, molto coinvolgente e soprattutto non “fuori tema”. I denti nell'opera di Dante si sono rivelati una sorpresa tutta da scoprire… Con il dottor Giacomo Lorello abbiamo analizzato alcune delle citazioni dove sono presenti i denti et similia nella Divina Commedia. Si è aperto un mondo! Scopriamolo insieme…
Iniziamo da un personaggio famoso. Il traghettatore delle anime dannate che incarnava perfettamente l’iscrizione incisa sulla porta dell’inferno… “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, il mitico Caronte.  
 
 
“…Caron non ti crucciare. 
Vuolsi così colà dove si puote 
ciò che si vuole e più non dimandare… 
Quinci fuor quete le lanose gote 
al nocchier della livida palude 
che ‘ntorno alli occhi aveva di fiamme rote. 
Ma quelle anime ch’eran lasse e nude 
cangiar colore e dibattìeno i denti
ratto che nteser le parole crude:
bestemmiavano Dio e lor parenti”.
(Inf. canto III, 94 – 102)
“Questo è un battere i denti dettato dalla paura non certo dal freddo. È un di-battere, un battere ripetutamente, compulsivo. Un’emozione umana fortissima che si traduce nel corpo con i denti che tamburellano e con la pelle che cambia colore”. 
 
Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito sono i fiumi infernali. Qui siamo nel sesto cerchio dell’Inferno vicino allo Stige, dove son puniti gli iracondi che stanno immersi in una palude (Stigia) tutti occupati a percuotersi e a mordersi fra loro. 
“Queste si percotean non pur con mano
ma con la testa e col petto e coi piedi 
troncandosi co’ denti a brano a brano”
(Inf. canto VII, 112 – 114)
“Questa pena è espressione di un’emozione primitiva. È la reazione d’ira che si tramuta in violenza espressa con la forza dei denti... Non ci sono armi, ma c’è solo l’uomo ignudo che può esprimere la sua violenza soltanto addentando il ‘nemico’ con i denti. Attraverso un morso si applica una forza di 80 chilogrammi: se si morde un braccio la forza è pari a un mattone di 80 chili posato sul braccio stesso. Infuriati e violenti come in vita, continuano a percuotersi fino a sbranarsi coi denti”.
 
“A Filippo Argenti! E ‘l fiorentino spirito bizzarro
in se medesmo si volvea co’ denti
(Inf. canto VIII, 59 – 61)
“Filippo Argenti... tra gli iracondi arraffa se stesso, si mangia le membra perché è stato un arraffone nella vita… ora non gli restava che corrucciarsi con se stesso e sfoga la sua violenza sulle sue carni...
 
 
Siamo nella V bolgia, mirabilmente oscura per la pece che la riempie. È la bolgia dove sono puniti i barattieri.
 
“Se tu se’ sì accorto come suoli
Non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
E con le ciglia ne minaccian duoli?
Per l’argine sinistro volta dienno
Ma prima avea ciascun la lingua stretta
Coi denti verso lor duca per cenno
Ed elli aveva del cul fatto trombetta”.
(Inf. XXI, 130 – 132 – 136- 139)
“Li sentiamo questi diavoli digrignare i denti contro Dante e Virgilio. Poi se ne vanno… mettono solo una gran paura... aspettano che il loro capo gli dia il via, facendo con la lingua tra i denti la cosiddetta “pernacchia con la bocca”. Pura e splendida vis comica
 
Si raggiunge il massimo dei riferimenti a denti, morsi, bocca nelle terzine dedicate al Conte Ugolino nei canti XXXIII e XXXIV nel X cerchio infernale dedicato ai traditori: una dentatura sana con il tempo può rosicchiare un osso...
”Ugolino nell’Inferno non è un essere umano; il suo tradimento lo porta a trasformarsi in una bestia che sbrana i corpi dei suoi figli e dei dannati traditori come lui. Denti e dannati; la rabbia si esprime attraverso i denti”.
 
 
Siamo nell’antipurgatorio, secondo balzo. 
"Quivi sto io coi pargoli innocenti
Dai denti morsi del la morte avante
Che fosser de l’umana colpa essenti".
(Pur. Canto VII 31-33)
“Virgilio sta con i bambini non battezzati. La morte ha i denti e fa pagare ai bambini il fatto di non essere stati battezzati e quindi di non essere stati liberati dal peccato originale”. 
 
Passiamo alla sesta cornice, dove stanziano i golosi che vedono i frutti negli alberi, ma non riescono a raggiungerli.
"Vidi per fame a vòto usar li denti 
Ubaldin de la Pila e Bonifazio…"
(Pur. canto XXIV, 28-29)
“Immagine forte, denti che si muovono nel vuoto… quale punizione peggiore per i golosi. Hanno i denti, ma non hanno cibo. Per questo muovono i denti “a vuoto”, immaginando di mangiare qualcosa di solido”. 
 
Dante si trova nel paradiso terrestre. È il momento in cui Beatrice fa avvicinare Dante. È un incontro pieno di pathos. E non si poteva trovare espressione migliore del “restar senza parole” per esprimere “l’inesprimibile” emozione. 
"Come a color che troppo reverenti 
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,
avvenne a me…"
(Pur. canto XXXIII, 25-27)
“Così Dante, di fronte alla sua “donna angelicata”, al suo parlare elevato, trova solo “parole soffocate tra i denti”. Questa volta i denti diventano una difesa naturale alle parole che per timor reverenziale non possono essere proferite. Il poeta fiorentino che finalmente si ricongiunge, dopo un viaggio attraverso gli inferi, con la sua amata, ammutolisce”.
 
Siamo nel II cielo di Mercurio dove Dante incontra gli spiriti attivi che si sono distinti per le loro azioni in terra.
"E quando il dente longobardo morse
La Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo la soccorse".
(Par. canto VI, -94-96)
“Questa volta i denti servono al poeta per essere ‘incisivo’. Sono denti che mordono non per mangiare, ma per dimostrare cattiveria, i denti avvelenati dei Longobardi contro la Chiesa”. 
Per concludere, “fare questa ricerca mi ha riportato con la memoria al mio approccio con la Divina Commedia. Ho pensato a mio padre, al mio grande professore del liceo, Luciano Lenaz che mi ha fatto amare la letteratura e la storia come nessun altro e ho ritrovato la conferma che la Divina Commedia rimane un’opera viva, vera e attuale. Peccato sia poco valorizzata. Noi però con questa curiosa indagine, offriamo un’occasione per rivedere e apprezzare il valore della Divina Commedia”.
E peccato che sia già finita…